ASAHI TAKUMAR

Attacco M42

Prodotti dalla Asahi Optical tra gli anni ’50 e gli anni ‘70, sono i progenitori dei Pentax. Nel mondo M42 il corredo Takumar rappresenta un apice indiscusso e propone diversi modelli che sono oggi un simbolo della fotografia vintage anni ’60 e ‘70. Per un breve periodo, la Asahi ha anche collaborato con Zeiss per la creazione di alcune lenti, tra le quali spicca l’avveniristico Super-Multi-Coated Takumar 15/3.5, il primo obiettivo fotografico a incorporare una lente asferica.

I Takumar a vite si dividono secondo cronologia in Takumar, Super-Takumar, Super-Multi-Coated Takumar ed SMC Takumar. I primi, causa anche l’anzianità, hanno in genere aperture massime e prestazioni ottiche piuttosto limitate. Dai Super-Takumar in poi è difficile incappare in modelli che non siano almeno buoni, in relazione al proprio tempo. Con la linea Super-Multi-Coated, denominazione poi abbreviata nell’acronimo SMC, i Takumar iniziano a offrire un antiriflesso multistrato, all’epoca tra i più efficaci.

Durante gli anni ’80 e ‘90 la Asahi ha riciclato il nome Takumar per una serie di nuovi obiettivi in montatura PK, da affiancare al corredo principale in veste di alternativa economica. A differenza dei modelli M42, i Takumar a baionetta hanno una qualità ottico-meccanica decisamente bassa.

La ghiera della MAF, in tutti gli obiettivi Asahi, raggiunge l’infinito ruotando verso destra, in direzione opposta alla norma cinematografica. Le ghiere dei diaframmi scattano a intervalli incostanti, in genere di uno stop tra le prime e le ultime due aperture, di mezzo stop tra quelle intermedie.

In generale i Takumar M42 si caratterizzano per una qualità costruttiva che non lascia spazio a critiche. La resa cromatica è calda, gli incarnati sono riprodotti con tonalità giallo-ambra e i colori sono densi e corposi. Si tratta di obiettivi dal carattere marcato, particolarmente apprezzati per la ricchezza tonale e per la riproduzione pittorica del fuori fuoco. I limiti del corredo Takumar sono quasi esclusivamente di origine anagrafica. Lo si nota in particolare nell’assenza di focali corte luminose e di focali lunghe apocromatiche. Inoltre, la Asahi ha sempre puntato molto sulla compattezza, una qualità che rende alcune ottiche piuttosto scomode da utilizzare per applicazioni video, in special modo su un rig completo.

Per informazioni sulle ottiche Takumar, la principale risorsa online è www.takumar.it.

Asahi Super-Takumar 50/1.4 I (versione a 8 elementi)

Contrariamente alle abitudini, inizio dalle considerazioni personali: è l’obiettivo più affascinante col quale abbia mai lavorato. Il principale stilema di questa lente risiede nella forte connotazione del rapporto fuoco-fuori fuoco. Aberrazione sferica e coma sono molto presenti nello sfocato, mentre sul piano a fuoco cedono il passo e lasciano emergere un contrasto nettamente superiore. Questo fa sì che il piano di fuoco si distingua in maniera netta all’interno delle immagini, attorniato da una realtà vagamente sfumata; caratterizzata anche, ai diaframmi più aperti, da fenomeni di glow legati al flare di coma. Al di là dell’impatto estetico, tutto ciò si rivela di grande aiuto nelle operazioni di focheggiatura, perché il piano di fuoco è sempre facilmente individuabile.

Anche in presenza dei soggetti più difficili, persino in situazioni di luce avversa, la tessitura dello sfocato è morbida e progressiva. Lo si nota in particolare nelle transfocature; il piano di fuoco si sposta con assoluta gradualità, quasi accarezzando i soggetti e lo spazio, disegnando lo sfocato a colpi di pennello.

È chiaro che una resa tanto caratteristica paghi dazio nel momento in cui debba integrarsi con la visione offerta da altre lenti.

Lo schema ottico di questo Super-Takumar prevede ben 8 elementi tra i quali un tripletto cementato a superfici curve, al tempo sia complesso che costoso da realizzare. Leggenda narra che per mantenere competitivo il prezzo di un simile ordigno la Asahi dovette accettare margini di profitto estremamente risicati e che l’obiettivo uscì di produzione dopo soli tre anni per questo motivo. Comunque sia, lo sforzo della casa giapponese fu premiato. Le riviste del settore acclamarono all’unisono la qualità ottica di questo 50mm, che in breve tempo si guadagnò il titolo di Planar Killer.

Va tenuto presente che stiamo parlando di un progetto ottico dei primi anni ‘60, la qualità dei migliori 50/1.4 anni ’70, dal punto di vista tecnico, è indubbiamente superiore.

Alla massima apertura e a centro frame, per una porzione di circa 1/4 del fotogramma, l’obiettivo regge il confronto con qualsiasi ottica vintage omologa; offre immagini sempre utilizzabili, se realizzate in condizioni di luce favorevole e correttamente elaborate. I bordi, invece, sono morbidi, restano indietro più che altro come contrasto, affetti da un evidente eccesso di aberrazione sferica e flare comatico, nonché da una pronunciata curvatura di campo. La risoluzione, però, per quanto poco apprezzabile a causa della velatura generale, è in realtà elevata fino ai bordi estremi e può essere fatta emergere con relativa facilità in fase di post produzione. L’astigmatismo è minimo anche agli angoli del frame. A f/1.4 si nota una dominante magenta che scompare completamente solo a f/2.8. Le aberrazioni cromatiche, invece, sono straordinariamente corrette; a partire da f/2 sono visibili solo in situazioni estreme e perlopiù oltre 1/2 fuori asse. F/2 è forse il diaframma più interessante. A quest’apertura il contrasto aumenta su tutto il campo e conduce a livelli molto buoni la nitidezza di centro fotogramma; si mantengono ampie possibilità di esaltare la restituzione del fuori fuoco e l’obiettivo, pur migliorando la correzione ottica, mantiene intatte le proprie note stilistiche. I bordi sono utilizzabili, ma restano visibilmente più deboli. A f/2.8 l’obiettivo raggiunge una pulizia d’immagine rara, ma inizia a perdere il proprio carattere. A quest’apertura risoluzione e contrasto sono molto buoni su quasi tutto il fotogramma, solo i bordi estremi continuano a mostrare una certa morbidezza, dovuta perlopiù alla residua curvatura di campo. Ha senso chiudere ancora il diaframma solo per ragioni di profondità di campo o per recuperare i margini del frame, che si equiparano al centro a f/5.6. Superato f/2.8, la resa in asse resta pressoché invariata fino al subentrare della diffrazione, mentre i bordi migliorano sino a f/11.

L’obiettivo è chiaramente ottimizzato per dare il massimo a centro immagine alle aperture più elevate; una disciplina nella quale tiene testa ai 50/1.4 più prestigiosi di tutto il periodo vintage. Analizzando il comportamento del Super-Takumar da f/2.8 in poi si nota invece che molti obiettivi simili sono capaci di offrire un’acutanza nettamente superiore. D’altro canto la morbidezza del Takumar è molto apprezzata nei primi piani, dove offre una capacità di lettura dei dettagli più che adeguata, senza però evidenziare le imperfezioni della pelle. Gli incarnati sono ricchi di tonalità giallo-arancio e assumono spesso connotazioni cremose.

La resistenza ai riflessi interni è decisamente bassa. Anche ricorrendo a matte box e bandiere è difficile evitare del tutto i fenomeni di flare e i riflessi parassiti. Anche ottenere silhouette pulite è una sfida improba, perché il glow attorno alle sorgenti luminose può risultare invadente persino chiudendo 2 o 3 stop.

Dal punto di vista meccanico la qualità del Super-Takumar è indiscutibile. Le elicoidi, delle quali una in ottone, scorrono fluidamente e senza il minimo gioco, mentre la ghiera del diaframma scatta e si arresta con decisione. Le dimensioni del barilotto, però, sia in fatto di lunghezza che di larghezza, sono al limite minimo per l’utilizzo su un rig completo.

Trattandosi di un obiettivo anni ’60 prodotto per soli tre anni, è difficile reperire oggi delle copie in perfette condizioni ottico-meccaniche; tanto più che molti esemplari presentano ormai un qualche grado di separazione nel tripletto cementato. Se si considerano anche i possibili difetti di fabbricazione, è facile immaginare come l’acquisto della copia giusta possa spesso arrivare solo dopo numerosi tentativi. A me ne sono serviti 9.

Le caratteristiche distintive del Super-Takumar a 8 elementi rispetto al successivo modello a 7 elementi riguardano le indicazioni relative all’automatismo, che sono A/M anziché Auto/Manual, il diamante dell’infrarosso, che sulla scala dell’iperfocale si trova a destra anziché a sinistra del numero 4, e l’elemento posteriore dello schema ottico, che mostra un profilo marcatamente convesso e sporge ben oltre la baionetta quando l’obiettivo è su infinito. Alcuni esemplari, prodotti nel periodo di transizione tra il primo e il secondo schema ottico, recano solo parte di queste peculiarità; la prova del nove è sempre la forma protendente del vetro posteriore, identificativa dello schema a 8 elementi.

Asahi Super-Multi-Coated Takumar 55/1.8

Asahi SMC Takumar 55/1.8

Le due versioni differiscono soltanto per la ghiera della MAF; di solo metallo nel modello S-M-C, gommata nel successivo SMC.

Alla massima apertura l’obiettivo mostra una buona risoluzione ma produce immagini leggermente velate, che mancano di brillantezza e d’incisività. La nitidezza periferica è visibilmente inferiore a quella in asse e il flare di coma introduce un effetto glow nelle alte luci sovraesposte. Le immagini sono utilizzabili, ma gran parte dei 50/1.4 chiusi uno stop riescono a fare di meglio. La resa si fa molto buona su tutto il frame a partire da f/2.8 e raggiunge ottimi livelli a f/5.6. Alla massima apertura le aberrazioni cromatiche sono visibili ma raramente un problema; da f/4 sono pressoché annullate.

Con soggetti e condizioni di luce non semplici, il fuori fuoco viene riprodotto con doppi bordi e un generale nervosismo, particolarmente marcato tra f/1.8 e f/2.8.

Come spesso accade, anche questo 55mm di luminosità moderata si comporta bene nelle applicazioni macro, in congiunzione a un soffietto o a dei tubi di prolunga.

È nel complesso un buon obiettivo; è affidabile e privo di grandi pregi così come di gravi difetti.

Il corpo ottico di questa lente si trova anche nel Pentax-K 55/1.8.

Asahi Super-Multi-Coated Takumar 85/1.8

Oggi non facile da reperire, è una delle punte di diamante del corredo Takumar e uno dei migliori 85mm degli anni ‘70.

Meccanica impeccabile, corsa di fuoco generosa, dimensioni adeguate all’utilizzo su un camera rig.

Alla massima apertura, com’è lecito aspettarsi, il contrasto è leggermente debole, la risoluzione non eccelle e si notano fenomeni di aberrazione cromatica. Le immagini sono comunque utilizzabilissime e potenzialmente ottime, se le condizioni di luce sono favorevoli e la post produzione adeguata. Da f/2.8 l’obiettivo non ha più bisogno di scuse: i colori sono brillanti, il contrasto è elevato e la correzione ottica generale non lascia spazio a critiche. Solo in condizioni difficili si possono ancora notare aberrazioni cromatiche. Da f/4 la nitidezza è ottima a tutto campo. La restituzione del fuori fuoco è progressiva e molto morbida, in particolare dietro al piano di fuoco, dov’è estremamente difficile generare doppi contorni o un qualsiasi tipo di nervosismo. Gli highlight disc sono uniformi e hanno confini più marcati solo alla massima apertura e più che altro ai bordi del quadro; il diaframma a 8 lame dritte modella ottagoni ben definiti non appena ci si allontani dalla massima apertura.

Lo schema ottico di questo Takumar fu impiegato anche nel Pentax K 85/1.8, che si avvantaggia di un trattamento antiriflesso migliorato.

Asahi Super-Multi-Coated Takumar 135/2.5 II (mod. 43812)

Un altro caposaldo del corredo Takumar. Negli anni la fama di questa lente si è avvolta nel mito, di conseguenza le quotazioni di mercato sono spesso superiori ai meriti oggettivi di un progetto lodevole ma comunque datato e non estremo.

I punti deboli dell’ottica sono ristretti alla piena apertura e riguardano l’aberrazione cromatica laterale e la nitidezza non ottimale ai bordi estremi del frame, dove si notano leggere sbavature dovute all’astigmatismo. Anche a f/2.5, però, l’obiettivo realizza buone immagini, in particolare nel campo del ritratto, dove un’acutanza estrema è spesso considerata più un difetto che un pregio. Sulle lunghe distanze di fuoco e in presenza di dettagli fini i limiti ottici sono sicuramente più visibili. Da f/4 l’obiettivo produce immagini di notevole incisività a tutto campo e le aberrazioni cromatiche sono già ricondotte entro livelli accettabili, in particolare in asse. A f/5.6 l’obiettivo raggiunge il punto in cui diaframmare ancora non ha più conseguenze rilevanti sulla correzione ottica.

La restituzione del fuori fuoco è morbida e progressiva, ma alla massima apertura, allontanandosi dall’asse, gli highlight disc assumono rapidamente una forma ovale.

Nel complesso si colloca tra i migliori 135mm anni ‘70.

La prima versione di quest’obiettivo era dotata di uno schema ottico a 5 elementi anziché 6. La versione a 6 elementi, qui recensita, si distingue per il numero 43812 anziché 43802 stampato sotto il comando di selezione dell’automatismo, per la scala iperfocale contenente come prima indicazione numerica il diaframma 4 anziché 8, per la scala delle distanze che riporta il 40 come primo numero dopo infinito anziché il 35 e per la presenza di un diaframma a 8 lame anziché 6. Le differenze di resa tra le due lenti non sono estreme, a saltare all’occhio è più che altro il miglior contenimento delle aberrazioni cromatiche operato dall’obiettivo più giovane.

Lo schema ottico del Takumar 135/2.5 II fu impiegato anche nel Pentax-K 135/2.5.